È nella la prima metà del 1600 che incomincia a nascere la figura dell'artista
che si dedica anche alla creazione di pastori. Michele Perrone fu uno di questi,
noto per le sue sculture lignee si dedicò con notevole successo a questa
attività, altrettanto bravi furono i suoi fratelli Aniello e Donato. Accanto al
legno, nella seconda metà del secolo incominciarono a comparire altre
innovazioni, pastori in cartapesta più piccoli rispetto ai precedenti, ed ancora
manichini di legno con arti snodabili e vestiti di stoffa.
Furono proprio questi manichini di legno snodabili che segnarono la svolta verso
il presepe del 700, anche se spesso continuarono a convivere le due tipologie.
Il committente è, con queste nuove figure, protagonista e parte attiva, potendo
far assumere ai pastori le posizioni che vuole e potendo (in questo modo)
arricchire maggiormente la scena come meglio crede.
I manichini di legno sono snodabili, alcuni dispongono di un incavo per
alloggiarvi la "pettiglia" della testa, altre volte invece la testa è tutt'uno
con il corpo, altri ancora, nel caso di figure femminili, sono calvi per poter
portare parrucche intercambiabili. Questo sarà, come dicevamo, l'anello di
congiunzione con il presepe del 700.
La Natività posta nella grotta-stalla, l'Annuncio della buona Novella ai pastori
dormienti, la Taverna con gli avventori che cenano, sono i tre momenti che
domineranno il presepe del 700.
La natività per gran parte del secolo sarà rappresenta a
quasi sempre con la Madonna seduta su di un sasso e San Giuseppe in piedi in una
grotta-stalla, successivamente, anche grazie alle grandi scoperte archeologiche
dei Borbone, le scenografia talune volte diventerà un rudere di tempio pagano.
L'annunciazione invece lasciò poche interpretazioni da parte degli architetti presepari; La taverna, invece, fece sbizzarrire non poco, sia gli artisti che i
committenti. L'episodio della taverna è da leggersi, molto probabilmente,
nell'episodio della mancata ospitalità offerta alla Sacra Famiglia,
l'esposizione delle vivande fatta in maniera abbondante nei costumi dell'epoca
dove gli avventori erano allettati ad entrare dinnanzi a simili viste, ed
inoltre l'esposizione adempiva delle prescrizioni dell'epoca che obbligava gli
osti ad esporre le carni fresche.
È in questo secolo che il presepe napoletano raggiunge il suo più alto splendore.La
meraviglia delle scene costruite con dovizia e ricchezza di particolari, la
plasticità dei volti dei pastori, creavano nei visitatori diletto e meraviglia.
Il presepe di questo secolo è un nuova forma di spettacolo dove troviamo
spaccati di vita quotidiana che riflettono la cultura dell'epoca, gli storpi e i
diseredati rappresentati non senza sarcasmo, l'opulenza dei nobili orientali e
delle loro corti a simboleggiare i privilegi dei nobili, l'osteria con
l'avventore e l'oste a rappresentare la bonomia del popolo. Il tutto con una
ricchezza inaudita attraverso sete e stoffe, gioielli, ori ed argenti che
dovevano dimostrare il proprio status socio-economico. Luoghi di queste
rappresentazioni non furono solo le chiese ma anche le stanze dei privati,
chiaramente più facoltosi, che attiravano un pubblico numeroso e di ogni
estrazione sociale.
Tra le collezioni private più importanti non si può non ricordare quella del
principe Emanuele Pinto, che ricevette perfino la visita della Viceregina
austriaca. Di questo presepe il Napoli-Signorelli ci descrive più di altra cosa
la magnificità del corteo dei Re Magi. Il principe di Ischitella, fu un grande
collezionista di presepi. Ne aveva di ogni materiale e disposti in ogni stanza
del suo palazzo, che andavano a sommarsi a quello grande. Nel tempo, però, il
grande presepe del principe Pinto non restò l'unico da ammirare nella città. A
questo se ne aggiunsero degli altri come quello reale.
Tutto ciò, però, non può che indurci alla riflessione che il presepe stava via
via perdendo la sua misticità per trasformarsi sempre di più in una
rappresentazione profana diretta ad affermare, anch'esso il prestigio della
famiglia.
Il tutto, però, alla fine del secolo incominciò a finire, infatti le collezioni
private incominciarono a smembrarsi, come testimonia il Napoli-Signorelli. Il
principe Emanuele Pinto fu costretto ad impegnare i gioielli dei Re Magi e gli
ori delle popolane per far fronte ad una momentanea carenza di liquidità. Quando
poi finirono anche gli ultimi presepari discepoli dei grandi maestri il presepe
napoletano iniziò il suo inesorabile declino, i grandi presepi andarono
scomparendo e si predilessero quelli più piccoli, quasi a voler dimostrare che i
pastori napoletani, data la loro pregiata fattura, potevano magnificamente
esistere senza quelle scene che avevano contribuito a renderli famosi in tutto
il mondo.